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La Speranza
FrancescoMa


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Vorrei condividere con voi delle riflessioni.
Ogni volta che rileggo il brano illuminante di Kempis sulla speranza penso alla mia esperienza quotidiana.
Sono medico e mi occupo di radioterapia oncologica.
Ogni giorno la mia sfida più difficile e più grande non è legata a problemi tecnici e strettamente medici ( che pure esistono!) ma al difficilissimo e precario equilibrio tra informare il paziente della sua condizione e delle terapie da intraprendere e il comunicare una verità accettabile per quel paziente.
Non mi debbo mai dimenticare che è fondamentale , anche nelle situazioni più compromesse, infondere speranza al paziente, se non di guarigione per lo meno di poter migliorare la qualità della sua vita.
Trasmettere un verdetto senza appello crudamente uccide il paziente, anche il più preparato, e fa venir meno la necessaria risposta dell'organismo.
Ma credetemi, quanto è difficile trovare il giusto equilibrio per ognuno, quello tra una giusta e dovuta informazione comprensibile ma al tempo stesso dare a ciascuno la sua speranza!!
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Umberto77
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Leggendoti mi sono identificato nelle tue problematiche, Francesco; e ho provato un senso di compassione, quasi un rapimento del pensiero che si è distaccato dalle problematiche quotidiane.
Dove può essere il senso della speranza per chi ha una diagnosi così "definitiva"?
Forse, come dici, in una migliore qualità della sua vita, per quello che resta; o forse in una fede che la vita abbia uno scopo oltre il breve attimo del suo arco temporale.

In questo senso mi sento molto fortunato per aver abbracciato e sentito, una filosofia trascendentale il cui culmine, per me, è stato proprio l'insegnamento del Cerchio Firenze 77.
Però capisco che questa "speranza" non è trasmissibile; allora l'una cosa è far leva sulla sensibilità personale di ogni persona, trovare il suo punto di forza, tanto da esaltarlo, e rendergli possibile un'accettazione e, appunto, una speranza.

Non invidio la tua posizione, Francesco; ma nello stesso tempo, mi affascina la possibilità di esperienze umane così profonde.
Ti sono nel cuore.
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arcobaleno


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Quelle poche volte, per fortuna, in cui mi sono trovato in situazioni più o meno analoghe, mi son sempre sentito inadatto e fuori posto.

Proprio recentemente, in questi giorni, le parole di Kempis, di Dali, di Francois e nei concetti del cerchio, mi hanno almeno la forza di affrontare, di stare accanto, di dire pochissime cose, mai banali e di infondere nella curiosità di conoscere, qualche piccolissima Speranza.

In fondo, si Vive solo per la Speranza di....

Grazie Francesco per la preziosa testimonianza.

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gianluca
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valter


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Concordo che trasmettere un verdetto senza appello crudamente uccide il paziente, gli si toglie proprio la speranza,
in effetti ci vuole del coraggio, (azione del cuore)
molti camici bianchi a volte dimenticano la situazione diperata di qualcuno che ha "perso tutto" e sta' per affrontare la situazione piu' disperata che ad un uomo puo' capitare. Penso che in quei momenti sia difficile anche per la persona piu' preparata ad accettare cio'.
Mi complimento con te' per la tua sensibilita', sicuramente hai colto degli aspetti fondamentali dell' insegnamento e li stai mettendo in pratica.

Concludo con una battuta,
speriamo se serve di averti come oncologo

ciao
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ludovico59


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Sono situazioni in cui esiste una regola che possa essere valida in assoluto per aiutare sia te che le persone , devo dire sfortunatamente, debbono ricorrere alla tua opera. In quei frangenti ci sono due realtà che si osservano reciprocamente, venute a contatto in un momento stabilito da sempre e che sono venute al dunque, ognuna in attesa di scambiarsi ,diciamo così, dei doni preziosi. Tu che segui questi insegnamenti devi credere in questo; non vi è casualità nella vita come non a caso sei posto quotidianamente di fronte al dolore . Lo stabilisti tu in un tempo di cui non puoi avere memoria. Questo ti impone, diciamo così, un ancor maggiore senso di responsabilità nel ritrovare in tali occasioni quella luce che può venirti solo dal cuore, specialmente quando sei a contatto con chi ritiene che la propria esistenza inizi con la nascita e finisca con la morte. Ascoltare il proprio cuore e mettere in atto i suoi consigli non è un'utopia nè un aspetto romantico dal sapore di antiche radici lunghe secoli ma conoscere se stessi. Essa è l'unica stessa voce che in eterno si perpetua affermando con vigore le ragioni di se stessa. Ascoltala nel tuo intimo e con esso la pietà che è in grado di suscitare. Essa ti sarà da guida e maestra. Abbi il coraggio di mettere da parte la tua razionalità e le tue paure, sii prudente ma, se puoi, non studiare atteggiamenti o strategie da prendere, segui il tuo Intimo, presta la tua voce al cuore e vedrai compiersi dei piccoli miracoli. Non dare per scontato nulla di fronte alla sofferenza ma sii conscio che nessuno è abbandonato a se stesso e che sempre una mano è protesa dal cielo verso di noi e che quell'essere malato vuole poter essere per te una voce che chiede il tuo amore e per questo.... chiediti il perchè. Sii sereno, abbraccio te e i tuoi pazienti.
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annibale


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Messaggi: 94
Località: bergamo
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Ciao Francesco (e a tutti gli altri).
Le tue riflessioni non possono trovare da parte mia una risposta empirica perché, grazie al lavoro che svolgi con tanta sensibilità, quella tu la possiedi sicuramente meglio di me.
Però le tue parole mi hanno fortemente coinvolto e allora cerco anch'io di aggiungere (e di condividere ), alle tue, le mie riflessioni sulla speranza.
Purtroppo, lo so, i limiti di queste mie riflessioni è che sono teoriche, astratte e generiche.
Secondo me uno dei modi per cercare di infondere speranza è trasmettere, spargere a piene mani preventivamente, le bellissime e toccanti parole di Kempis su questo tema.
Ascoltare e far ascoltare questo brano, ancor più che leggerlo, aiuta, e come, ad avere o a ritrovare la speranza.
Io ogni volta che lo sento è come se la speranza si materializzasse un poco e prendesse davvero un po' più di vigore.
Detto questo sono anche un pelino critico su questa speranza. O il modo nostro di approcciarvisi.
La speranza va coltivata “prima” e la speranza di guarigione, pur importante, penso sia la parte più riduttiva della Speranza.
Cercare di infondere speranza in una persona che ha una malattia dal verdetto senza appello, la vedo un po' come cercare di far pregare, uno che è stato blando credente per un intera vita, solo quando l'esistenza lo mette nell'impellente necessità di chiedere a Dio una grazia.
Se la vera preghiera non si riduce a chiedere ma è ben altro, così sulla Speranza non bisogna far conto solo quando la vita ci pone di fronte ad eventi drammatici o da noi reputati negativi.
Allo stadio da te descritto vedo molto più facile “curare il corpo” in modo amorevole ( ancorché inutile per l'esito finale) piuttosto che trasmettere speranza.
A meno che, pur di trasmettere una qualsivoglia speranza, si metta in conto di ingannare l'altro.
Mi dico anche; perché la verità, nuda, non dovrebbe essere sopportabile?
La verità, in casi come questi, va contro la speranza?
Dicono sempre le Guide che nulla di ciò che accade all'uomo non sia da lui, in quel momento, pronto e con la forza adatta ad essere affrontato.

Apro una breve parentesi a questo proposito.
C'è una frase nel discorso sulla speranza di Kempis che è molto significativa e che sottopongo alla vostra attenzione.

...Sapete che cosa vi dico? Se la Verità del tutto, se la conoscenza del vero significato di tutto quanto accade, se la Realtà dell'esistente non fosse essa stessa di per se speranza, vi direi che è più importante infondere speranza che far conoscere la Verità; e se dovessi scegliere di essere Maestro di qualcuno o invece rappresentare per lui la speranza, vi assicuro che con immensa gioia sceglierei di essere la sua speranza, perché non ci può essere niente di più bello e gratificante che essere la speme di una creatura...

Ecco Kempis, in un crescendo accorato pone sì l'accento sull'essere speranza ma dice anche che la verità è essa stessa speranza.
Chiusa parentesi.

Penso che la cura o la soluzione, a volte, non stia nella guarigione fisica ma vada ben oltre.
Tutte le nostre speranze ( parlo di quelle che tengono a cuore la salute fisica ) si infrangono inesorabilmente contro la morte che, è certo, arriverà. Ovviamente quando siamo ammalati, è umanissimo, tutti speriamo di guarire, ma questa speranza, prima, e questa ben augurata e tante volte arrivata guarigione fisica , poi, sposta solo un po' più in là questo termine.
Ci sarà comunque un momento in cui non vi sarà più posto, ne per guarigione alcuna ne per questo tipo di speranze.
La speranza, tante volte, mi pare la virtù dell'io oppure, ma è lo stesso, il desiderio del nostro ego elevato a virtù. Sicuramente sbaglio ma coltivare la speranza, in certi frangenti, mi pare come curare i sintomi disinteressandosi delle cause.
Secondo me la speranza dovrebbe assurgere a qualcosa di più ampio che il solo sperare di guarire. La vera speranza è alla ricerca della vera guarigione che altro non può essere che quella interiore.

C'è un aneddoto di Antony de Mello che mi ha colpito. Non so in verità nemmeno quanto c'entri ma lo racconto lo stesso.

Una donna soffriva di un forte raffreddore e nessuna delle cure prescritte dal dottore sembrava darle sollievo.
“Non può far nulla per guarirmi dottore?” - chiese avvilita.
“Il mio consiglio” - rispose il dottore – è di andare a casa e fare un bella doccia bollente, poi, prima di asciugarsi, resti tutta nuda in mezzo alla corrente”
“E questo mi farà guarire?” - domandò lei sorpresa.
“No ma le verrà la polmonite e quella la posso curare”.

Non so bene perché ma questa simpatica storiella, stiracchiandola e distorcendola molto, la prendo un po' a metafora del concetto riduttivo che si ha, a volte, della speranza.
Ecco noi, al contrario del dottore della storiella, e rovesciando i termini, pare premere di più invece curarci solo il raffreddore piuttosto che la ben più grave polmonite.
Spero di essermi, almeno in qualche passaggio, fatto capire.

Ciao e un abbraccio
Annibale
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claudia


Registrato: 10/07/05 18:01
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Il dare speranza nel momento in cui si deve anche pronunciare una diagnosi infausta, penso sia una dote rara...in alcuni medici qualche volta la si vede e quando mi capita di osservala, penso sempre che l' altruismo e l'amore fanno parte del loro essere. Regalano speranza e serenità non ricevendo in cambio nulla, addirittura spendendo un pò più del loro tempo e, magari con addosso le critiche di colleghi più sbrigativi. Non posso che augurarti, FrancescoMa, di avere sempre la voglia e la pazienza di fare come stai facendo, c'è tanto bisogno di questo atteggiamento per togliere quella patina di indifferenza, per non dire di cinismo, che regna in certi ambienti e per fortuna, non in tutti.
La frase di Umberto quando dice "Dove può essere il senso della speranza per chi ha una diagnosi così "definitiva"? è molto vera, pur pensando al senso trascendente della vita, di fatto qualcosa si conclude e un nuovo viaggio inizia, ma con un bagaglio molto differente. In quanti siamo pronti per affrontare questo cambiamento?
Forse la speranza, in questi casi, è qualcosa di molto limitato seppure importante; è la speranza di non avvertire più momenti d'ansia o di dolore incontrollabili, la speranza di sentirsi curati da persone di cui si ha fiducia, il sentirsi in buone mani per cui, anche il lasciare andare la vita, diventa meno intollerabile.
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shaumbra


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Comprendo e condivido le risposte che ti hanno dato i nostri cari amici, Francesco.
La speranza viene da ciò in cui si crede, dice Umberto, e, questo non è trasmissibile.
Ma allora cosa lo è?
Mi viene in mente che in tuo aiuto viene la tua stessa specializzazione: radioterapista oncologico.
Chi si avvale del tuo intervento sta combattendo e chi combatte non è mai un perdente. O almeno non lo è nel momento del combattere.
Ovviamente c’è a monte il fatto che si arriva da te con un percorso di dolore, di paure, di conoscenza nuova di cose che di solito accadono ad altri, ma sei pur sempre , ancora, quell’attimo di speranza, reale, che fa la differenza tra la vita e la morte.
Qualunque terapia, penso, quando intrapresa indica se non altro che la malattia è stata inquadrata e che si sta cercando di combatterla tutti insieme: il paziente, i medici e la macchina, quel mostro citato anche nei libri di Terzani quando descrive il suo percorso di uomo.
Ma allora, da questo punto di vista è già di per se una speranza. E se è così, come poter incentivare, moltiplicare il risultato positivo che, seppur minimo, già esiste?
Perché, noto, siamo più facili a lasciarci andare a emozioni, sentimenti, di abbandono e di sofferenza piuttosto che a emozioni positive nelle quali anche il più semplice intervento esterno trova un terreno pronto ad essere felicemente fecondato?
Sarebbe interessante, a parer mio, imparare a conoscere i meccanismi della mente che stimolano, negli eventi della vita, la speranza.
Pensi ci siano? Pensi che esiste un modo, anche da poter eventualmente insegnare, per poter interpretare ciò che ci accade, a prescindere dal cosa, sotto un’ottica diciamo positiva?

un saluto

angioletto
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FrancescoMa


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Credo che la paura sia una caratteristica dell'io che non vuole perdere ciò che ha o ciò che è , o meglio ciò che si illude di essere.
Solo la consapevolezza dei propri limiti e, quindi , il loro superamento può farci andare oltre l'io personale e solo il sentire di essere la Realtà ci porterà a non temere più perchè allora saremo il Tutto.
Ma prima la paura di perdere se stesso accompagnerà l'io per una lunga strada.
Ogni tentativo di sedare questa paura sarà utile ma solo una terapia "palliativa"; la vera cura sarà solo la piena coscienza della nostra Realtà.
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shaumbra


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Caro Francesco da un certo punto di vista come darti torto?
Anche io penso alla paura come un forte freno. Ma non è solo questo.
La paura, a parer mio, ha anche una valenza positiva perché permette all’essere umano quella prudenza necessaria per mantenersi in vita.
Penso poi che la paura sia oltre che relativa alla persona anche fortemente legata alla società in cui si vive, al tempo storico, alle tradizioni, a ciò in cui si crede ecc.
La paura dell’uomo nero serviva un tempo ai genitori per tenere incollati i bimbi nel letto e così poter andare a dormire tranquillamente; la paura degli eventi atmosferici inspiegabili negli uomini antichi li ha indirizzati verso le grotte, quindi verso una vita comunitaria più consona e protetta prodromo delle attuali società.
Noto che la paura è legata maggiormente alla non conoscenza, all’ignoranza delle cose.
Informare, far conoscere, comunicare è quanto spetta ad ognuno per rendere dignitosa e forse meno paurosa qualsiasi situazione si sta vivendo.
Ovviamente, penso, per far questo si deve essere certi del proprio operato, sicuri di dare veramente quello che, seppur nei limiti, serve all’altro in quel momento.
Umberto ha parlato di compassione. Concetto che trovo magnifico e che penso non solo rivolto verso gli altri ma anche verso se stessi.
Ad esempio compassione della propria situazione e delle limitazioni che ci appartengono e che siamo riusciti a visualizzare, a riconoscere. Ho scoperto che manifestando apertamente l’intenzione di essere di aiuto agli altri piuttosto che essere di nocumento si consolidano dei collegamenti neurali che saranno il colore dei nostri movimenti futuri.
Ovviamente tutto è relativo e va preso con le pinze perché non so se gli scienziati siano arrivati a calcolare effettivamente quanto e in che modo la paura pura, se esiste, condiziona la vita dell’essere vivente.
Ho detto vivente e non umano perché penso che la paura sia implicita in ciò che vive e non solo realtiva a chi possiede un io.
Comunque, mi sembra che siamo lontani dalla domanda se c’è un modo per incentivare, stimolare, pensieri di speranza e di fiducia piuttosto che pensieri di rassegnazione o addirittura di distruzione.
Buona giornata a tutti e a presto.

angioletto
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shaumbra


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Ah, ho trovato sul web una bella preghiera che volevo farti conoscere Francesco.
Ovviamente è anche per tutti quelli che la sentono vicina Sorriso
P.s.: se ritenuto opportuno prego il nostro amministratore/moderatore di cancellare tranquillamente.
saluti

http://www.airesis.net/Therapeutike/therapeutike%201/Airesis%20maimonide.htm
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FrancescoMa


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E' una bellissima preghiera per la quale ti ringrazio ,Shaumbra.
Per quanto riguarda la "tecnica" da utilizzare per infondere speranza nelle piccole o grandi cose di ogni giorno purtroppo non la conosco, nel senso che cerco di ascoltare per quel momento con quella persona ciò che mi detta il cuore ( o il sentire?).
Non è possibile affidarsi in quei frangenti al corpo mentale e basta, ma è qualcosa che deve emergere spontaneamente dal profondo di noi.
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Umberto77
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E' molto giusto quello che dici, Francesco, così come la preghiera che ha segnalato Shaumbra (ho perso il cancellino Sorriso )
Se la mente ha maturato quella sensibilità, in armonia col "cuore", allora è "il sentire" che emerge, ed è quello da seguire.
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shaumbra


Registrato: 14/07/05 21:49
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Concordo con entrambi, seguire ciò che si sente vero, quello che detta il cuore, penso sia il miglior modo di procedere.
saluti a voi e a tutti

angioletto
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La Speranza
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